Marchese Galiani, Veduta del Vesuvio, eruzione del 1759

Autore:GALIANI Ferdinando ( Marchese Galiani )

Disegnatore:Ferdinando GALIANI (1728 - 1787)

Incisione:Ferdinando GALIANI (1728 - 1787)

Editore:

Tecnica:Acquaforte

Periodo:Sec. XVIII - Napoli

Misure:52,5 x 62 cm

Soggetto:Vesuvio

Note Critico - Biografiche

Veduta del Vesuvio da mezzogiorno nella eruzione dell’anno 1759

 

Opera del Marchese Galiani, incisione realizzata su foglio di formato 52,5 × 62 cm. L’opera, intitolata Veduta del Vesuvio da mezzogiorno nella eruzione dell’anno 1759, raffigura il celebre vulcano durante una fase eruttiva osservata dalla prospettiva meridionale. La composizione mette in evidenza il cono del Vesuvio con le emissioni di fumo e materiale vulcanico, mentre la colata lavica si sviluppa lungo i pendii, modificando il paesaggio circostante. Il segno incisorio descrive con attenzione le forme del terreno, le stratificazioni rocciose e la dinamica dell’eruzione, restituendo un’immagine che unisce documentazione scientifica e sensibilità artistica. L’opera rappresenta una preziosa testimonianza visiva dell’attività vulcanica del XVIII secolo e si inserisce nella tradizione delle vedute naturalistiche e scientifiche dedicate al Vesuvio.
Veduta del Vesuvio da mezzogiorno nella eruzione dell’anno 1759

 

Stampa antica del Marchese Galiani raffigurante il corso della lava del Vesuvio da mezzogiorno del 1759, incisione realizzata su foglio di formato 52,5 × 62 cm.

“In questa incisione su rame, dedicata a Lady Mary Fox, il punto di vista è posto alle pendici del monte Faito, sopra il porto di Castellammare di Stabia, visibile in basso a destra. Nella stampa i centri abitati di Portici, Resina, Torre del Greco, Torre Annunziata, Bosco Tre Case e Bosco Reale sono descritti in modo sintetico.”

Gaetano Amodio

 

 

MARCHESE GALIANI ( Ferdinando Galiani )

Ferdinando Galiani nacque casualmente a Chieti il 2 dicembre 1728, anche se la sua famiglia era originaria di Foggia. Il padre, Matteo Galiani, apparteneva infatti a una nobile famiglia foggiana; foggiani erano anche il fratello maggiore Berardo Galiani e lo zio, Celestino Galiani. Ferdinando rimase sempre molto legato a Foggia e alla Capitanata, come dimostrano vari suoi scritti dedicati agli avvenimenti, alle tradizioni, ai costumi e al dialetto della città.
Fin da giovane mostrò un ingegno precoce e non comune. Questo talento gli valse il sostegno dello zio Celestino e del cardinale Pope Benedict XIV (allora Lambertini), che gli permisero di proseguire gli studi a Napoli dopo averli iniziati a Foggia. I due fratelli seguirono però percorsi diversi: Berardo studiò architettura, mentre Ferdinando si dedicò all’economia politica. Il suo primo maestro fu il sacerdote foggiano Carmine Catalano; a Napoli studiò diritto con Marcello Papiniano e teologia con Padre Appiano Buonafede. Approfondì anche lo studio delle lingue straniere e, a soli sedici anni, tradusse e commentò le “Considerazioni delle conseguenze del ribasso dell’interesse e del rialzo della valuta e della moneta” di John Locke.
In questi anni conobbe importanti studiosi come il marchese Alessandro Rinuccini e l’abate Bartolomeo Intieri. Proprio grazie a loro maturò l’idea di organizzare in un trattato sistematico una materia complessa come l’economia. Nel 1750 pubblicò così, anonimamente, l’opera “Della Moneta”. Il libro ebbe un grande successo e suscitò curiosità tra gli studiosi che cercavano di scoprire l’autore. Dopo due mesi, con la seconda edizione, si seppe che l’autore era un giovane di appena ventidue anni. L’opera ricevette apprezzamenti da personalità come Cesare Beccaria e Pietro Verri e fu letta anche da Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni e Karl Marx.
Nel 1760 il Marchese Galiani fu inviato a Parigi come segretario di ambasciata al seguito dell’ambasciatore napoletano, il conte Cantillana. Qui entrò in contatto con i principali illuministi dell’epoca. Durante questo periodo tornò più volte in Italia e nel 1766 conseguì a Napoli la laurea in giurisprudenza. Prima di lasciare Parigi pubblicò in francese “Dialogues sur le commerce des bles”, opera dedicata al problema del commercio del grano, ispirata anche alle condizioni economiche e agricole della Capitanata e del Tavoliere.
Tornato in Italia nel 1770, lavorò alla “Carta Geografica del Regno di Napoli” e scrisse anche opere letterarie come “Vita di Orazio ricavata dalle sue poesie”. Si occupò inoltre del dialetto napoletano con opere come “Dialetto Napoletano” e “Vocabolario del dialetto napoletano”. Tra gli scritti pubblicati con lo pseudonimo di don Onofrio Galeota si ricordano “L’eruzione del Vesuvio di don Onofrio Galeota, poeta e filosofo all’impronto” e “Socrate immaginario”.
Nel 1785 fu colpito da apoplessia e si trasferì a Foggia presso i parenti. Cercò cure anche a Bari e a Venezia, ma senza miglioramenti. Morì il 3 ottobre 1787 a Napoli e fu sepolto accanto allo zio Celestino, senza una lapide che ne ricordasse la memoria.

 

 

MarcianoArte, galleria d’arte e cornici, Napoli 

Salvatore Marciano

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