Giustino Calibè, Figura

Autore:CALIBE GIUSTINO

N. - M. :Napoli, 1950

Tecnica:Olio su tela

Misure:100 x 100 cm

Anno:2005

Classificazione: Figure, Oli, Figurativi, Moderni

Note Critico - Biografiche

Giustino Calibè Giustino

Napoli, 1950

Figura by Calibe’ Giustino

Opera di Giustino Calibè, Figura olio su tela, 100 × 80 cm del 2007, che si sviluppa interamente nella gamma dei rossi e degli aranci, costruendo una superficie densa e vibrante dove la materia pittorica diventa corpo e respiro. Dalla trama gestuale emergono, appena percepibili, tratti di un volto e mani levate, come impronte che affiorano da una profondità emotiva. L'artista indaga la tensione tra presenza e dissoluzione, tra il gesto e la memoria della figura, traducendo in pittura una condizione interiore sospesa tra dolore e resistenza. Il colore, usato come sostanza espressiva autonoma, diventa il vero protagonista dell'opera: un campo energetico che vibra e respira, luogo di contatto tra visibile e invisibile.
Olio su tela, 100 x 80 cm, del 2007

SINFOLUS CALIBE’ GIUSTINO

Musica e luce nella pittura di Calibè Giustino

È uno stato di grazia, di sincera commozione, di particolare ebbrezza dionisiaca in cui si trova Calibè Giustino quando intuisce una forma nuova di bellezza nella sua pittura. Anche questa volta è riuscito a crearla e a rappresentarla nelle sue tele. Partito da un presupposto importante, che consiste nel chiarire l’equivoco tra bello e piacevole, fa rilevare che il piacere stanca, la bellezza mai.

Chiarificazione determinante, che tende – con uno spirito di natura superiore – a limitare, se non negare, il valore di una fredda costruzione cerebralista e formale. Tale superiorità, che sostanzia e informa l’arte di Calibè Giustino, le conferisce una speciale vibrazione commossa e intensa che non viene mai meno e puntualmente sorprende per l’alta cifra di spiritualità e modernità che la caratterizza.

L’inedito ciclo di opere in mostra negli accoglienti locali del MA di Ilia Tufano lo conferma. Per far capire l’importanza di quanto affermiamo, in fatto di innovatività estetica, esaminiamo il metodo compositivo – ammirevole – adottato da Calibè Giustino. Tre sono gli elementi costitutivi presenti nelle sue tele: colore, musica e luce.

Partendo dalla musica, egli ne sfata il ruolo di essere, con la poesia e la danza, arte di movimento in contrapposizione alle arti statiche – pittura, scultura, architettura. In tali arti, quando è presente, non è vero che la musica possa rendere solo un accenno di dinamismo e di scarsa partecipazione. Calibè Giustino dimostra il contrario: fonde mirabilmente, in distribuzione equanime, i tre elementi accennati. La musica diviene parte integrante nell’opera, ma può anche essere, a tutti gli effetti, determinante, tenendo conto che essa è l’arte ideale per eccellenza.

Più in generale, l’arte è la fusione dell’idea con la forma; anzi, nell’espressione artistica, l’idea e la forma si identificano, proprio come avviene per l’idea di bellezza e di musica che scaturiscono dalla luce, che “l’uomo accende a se stesso nella notte”, secondo Eraclito, dalla lux di cui parlano Lucrezio e Parmenide nei loro poemi, e dalla perdita della “luce superiore” annunciata da Hans Sedlmayr nel suo libro La morte della luce (Rusconi, Milano, 1970).

Nelle due opere acriliche di formato più grande (cm 160×160) rispetto alle altre (cm 80×100), Lus e Sinfolus, in nome della bellezza, si contendono il primato. Sinfolus è la tela che presenta una coppia che vive in simbiosi: palpitante musicalità e solare luminosità. La loro coesistenza è così visibilmente armoniosa ed emozionante che non esce più dagli occhi del ricordo del fruitore.

Lo stesso dicasi per Lus, che rappresenta l’incarnazione della bellezza vagheggiata: il suo volto, splendidamente effigiato, ad occhi chiusi e profondamente assorto nell’ascolto di intimi suoni, accresce il suo fascino e la sua misteriosità, capaci di imporsi nell’universo di tutte le culture del mondo.

Questo forse è già indicato in Cosmolus, serie di tre oli che, per composizione e splendore di toni – da pietre azzurre e blu, rosa e rosse, bianche e translucide d’aspetto lattiginoso – seducono come mappe stagionali e stelle più luminose sia del cielo australe sia del cielo boreale.

Se così, il genio di Calibè Giustino, sub specie lucis, appartiene forse, più per elezione che per tradizione, alla cosmogonia della luce, che assegna al disegno divino l’origine di un corpo superiore di bellezza rispetto a un corpo inferiore di una bellezza più complessa e materiale, ma entrambi originati dalla luce pura: species et perfectio corporum omnium est lux.

Tali idee, nel XIII secolo, si ritrovano nella Perspectiva di Witelo, che afferma: “L’azione divina si esplica nel mondo per il tramite della luce. Le sostanze inferiori ricevono da quelle superiori la luce derivata dalla fonte della divina bontà”. Sulla luce molto si è scritto e si continua a scrivere. La sua fenomenologia attrae e affascina architetti, filosofi, poeti, pittori e anche il nostro amico, che con la creazione di queste opere – che colpiscono per la loro finezza nei colori e nei ritmi – compie un ulteriore passo avanti, come Klee, verso il centro della perfezione.

Giuseppe Bilotta

 

MarcianoArte, galleria d’arte e cornici, Napoli

Salvatore Marciano

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