Autore:GIROSI FRANCO
N. - M. :Napoli, 1896 - 1987
Tecnica:Olio su tela
Misure:52,5 x 68 cm
Classificazione: Figure, Figurativi, Oli, Moderni

Franco Girosi potrebbe essere considerato tra i pittori napoletani una specie di solitario, non nel senso ch’egli viva ed operi in solitudine, ma perché la sua pittura, pur essendo legata alla grande ed antica tradizione napoletana (Pittura parietale di Pompei – Paesaggistica di Giacinto Gigante), si distacca nettamente per umori e intenzioni, per concezione e fantasia, da quella di tutti gli altri suoi colleghi.
I suoi fervori culturali e intellettuali, le sue aspirazioni alla monumentalità e alla staticità come espressioni di movimento interiore, il desiderio di distacco da tutto ciò che rientri in una realtà veristica, rendono la sua pittura immune alla tentazione di scene ed a emotività pericolose, riportandola su di un piano di realismo mistico, dove il giuoco delle masse e dei volumi – realizzato spesso con grande rigore – crea una poesia misteriosa. Per mio conto, osservando e meglio contemplando ì quadri di Girosi, ho avvertito sempre tale poesia, sia in una composizione d’impegno ricca di concetti e di allusioni, sia in una qualsiasi natura morta.
Franco Girosi non improvvisa mai. Medita e sogna le sue composizioni, le sue nature morte, i suoi paesaggi. Le controlla e le realizza sul vero, da cui non sa mai staccarsi, anche se tutto ciò che della realtà lo colpisce, egli traduce poi, con voli di fantasia e d’intelletto, su di un piano ben diverso.
La strada percorsa dall’artista, dal tempo in cui abbandonò risolutamente il paesaggismo del suo maestro Giuseppe Casciaro ad oggi, mi pare sia abbastanza diritta; e ciò prova, meglio di qualsiasi discorso, che il pittore ha delle convinzioni profonde e vede chiaro davanti a sé.
Uomo colto, di una intelligenza non comune, legge, scrive, ed è dotato di uno speciale acume critico che gli ha fatto comprendere sin da quando era giovanissimo l’inutilità di una pittura aneddotica, priva di spiritualità e di energia. Più tardi, egli dipinse sempre in armonia alle sue convinzioni, e non ha mai avuto timore di urtare la suscettibilità dei borghesi. Quindi aria di diffidenza intorno a lui ed impopolarità. Ma la sua tempra di buon lottatore, sempre presente in tutte le competizioni artistiche nazionali ed internazionali, non si è piegata mai ai gusti di un pubblico abitudinario ed afflitto da una triste pigrizia mentale.
Ripeto quello che dissi parecchi anni fa: la pittura per Girosi è come un’amante riotosa ch’egli riesce a domare con la forza della sua volontà e della sua intelligenza. Oggi potrei aggiungere: la doma e le imprime i segni della sua spiritualità.
La pittura di Girosi ha una colorazione castigata, spesso sorda, della magrezza dell’affresco. Ma il giuoco dei piani e dei volumi è così notevole da conferire anche ad una natura morta un tono monumentale. Tre pere con un grappolo d’uva in primo piano possono costituire per lui una composizione solenne, dove il vero ha il significato di un richiamo e la lievità di un ricordo. Sarebbe difficile trovare in tutta la produzione del nostro artista un solo dipinto di gusto veristico.
La sua pittura vuole avere, ed ha infatti sempre, un contenuto umano: la visione del mondo che vive nello spirito dell’artista. Il quale vuol raccontare – e spesso vi riesce in modo egregio – la storia delle sue esperienze e delle sue ambizioni, dei suoi entusiasmi per l’antico (la pittura etrusca, e le sue fantasie, per cui egli vede, a mo’ d’esempio, l’isola di Capri in una luce di mito, popolandola di esseri umani alla deriva su scogliere squallide, che potrebbero ricordare Malebogie).
Sono stato a far visita a Girosi pochi mesi or sono nel suo studio di via Luca Giordano. Il pittore non ha mutato di aspetto. Magro, della magrezza di don Chisciotte, del quale ha spesso gli slanci e gli entusiasmi, con un volto segnato da cute ruvida, che profonde, mi è apparso come un personaggio di Holbein, consumato dalle meditazioni.
Nello studio, prima che parlasse lui, parlarono i suoi quadri: «cafè parisienne» e i paesaggi di Capri — nei quali si può notare solennità scenografiche e contrasti drammatici con scene infernali alla Doré — di uomini nudi che appaiono e scompaiono, di esse che hanno tutta l’apparenza dei dannati danteschi. In essi v’è di bello e di strano; vivo, spezzato, di molti piani, che egli sa rendere attraverso quei turbinii di bellezze, che si iniziano di nuovo alla vita.
Girosi non appartiene alla categoria dei pittori che «vedono» soltanto.
— Ora tutto mi appare chiaro — mi disse — I quadri che ho dipinto fino ad oggi hanno valore di studi. In arte si è sempre agli inizi. Per realizzare bene la mia visione, e dar concretezza al mio mondo poetico, sarà necessario che io insista nella ricerca della bella materia pittorica. In altri termini, il mio intento è quello di dare ad una grande composizione la stessa densità pittorica di una piccola natura morta. —
S’infervorava parlando di queste cose; ed il suo volto scarno, meditativo, si illuminava di luci improvvise. Don Chisciotte e il personaggio di Holbein ridevano nei suoi occhi mobili e scrutatori.