Emilio Notte, Attore

Autore:NOTTE EMILIO

N. - M. :Ceglie Messapica, 1891 - Napoli, 1982

Tecnica:Olio su cartone riportato su tavola

Misure:75 x 60 cm

Anno:1919

Classificazione: Figure, Figurativi, Oli, Antichi, Classici

Note Critico - Biografiche

Emilio Notte

Ceglie Messapica, 1891 – Napoli, 1982

 

Attore  

Dipinto di Emilio Notte raffigurante l'attore, olio su cartone riportato su tavola 75x60 cm del 1919
Olio su cartone riportato su tavola 75×60 cm del 1919

 

Dipinto incorniciato di Emilio Notte raffigurante l'attore, olio su cartone riportato su tavola 75x60 cm del 1919
Dipinto incorniciato

 

 

C’era una volta Emilio Notte. Napoli l’ha dimenticato, Lecce no

Alcuni anni fa, a Ceglie Messapica, in Puglia, si tenne un convegno di studi su Emilio Notte inserito nel quadro del Futurismo italiano. Dagli atti di quel convegno, oggi sta per essere pubblicato, in collaborazione con l’Università di Lecce, un libro davvero scientifico, cui hanno partecipato insigni studiosi di questo Movimento che fu una gloria indiscussa del nostro Novecento. Il grande volume comprende anche illuminanti saggi di Gino Agnese, presidente della Quadrien­nale di Roma, Enrico Crispolti, il più autorevole esperto del Futurismo in arte, del professor Antonio Giannone dell’Università di Lecce, nonché due lunghe interviste raccolte e trascritte da Michele Ciracì, in cui Emilio Notte racconta la sua vita, e scritti inediti del Maestro risalenti agli anni dal 1915 al 1920, tuttora conservati nell’archivio di Primo Conti, dove sono raccolti i più importanti documenti del Futurismo.

Fin qui nulla di strano: Notte è uno dei grandi esponenti del Futurismo, e un tale riconoscimento gli è dovuto. Il dato interessante è che sia la Puglia a manifestare attenzione sulla sua opera. Perché Notte, a Ceglie Messapica, vi nacque soltanto, e a Lecce non c’è mai stato, né come artista né come semplice turista. Egli, infatti, svolse la sua attività di docente e artista a Milano, Firenze, Venezia, Roma e infine a Napoli. Eppure è la Puglia che lo ricorda con orgoglio, consapevole del fatto che il suo nome è una gloria per l’intera regione.

Rallegra il cuore che in qualche parte dell’Italia si coltivi la memoria di personaggi illustri. Dovremmo prenderne esempio anche noi napoletani, perché Emilio Notte, a Napoli, tenne la cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti per oltre quarant’anni e per un decennio ne fu anche direttore. Ma non ce lo ricordiamo più. Eppure egli è la figura chiave nel panorama artistico della nostra città. Tralasciamo il fatto che a Venezia siano stati suoi allievi Mirko e Afro Basaldella, a Roma il grande Scipione, a Napoli egli ha avuto come allievi Mimmo Rotella, Lucio Del Pezzo, Guido Biasi, Mimmo Jodice, Armando de Stefano (che fu anche suo successore alla cattedra di Pittura), Mario Colucci, che fu suo assistente, tanto per citarne alcuni fra i più rappresentativi, nonché tutta la lunghissima schiera di artisti che ancora oggi operano con più o meno fortuna nella nostra città. Di tutti questi, Emilio Notte è stato il Maestro per antonomasia.

Quando negli anni Trenta giunse a Napoli, aveva alle spalle una robusta cultura artistica europea che spaziava da Cezanne all’Espressionismo tedesco, dalla Secessione al Futurismo, oltre a una fitta rete di rapporti con gli esponenti più autorevoli della cultura italiana del Novecento, come Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, con Massimo Bontempelli del Realismo Magico, con Arturo Martini, con Margherita Sarfatti, che curò le sue mostre milanesi. Napoli, in quegli anni, viveva una stagione artistica a dir poco mediocre: di Picasso non si conosceva neppure il nome e dove, se si eccettua qualche isolato come Eugenio Viti, l’arte si trascinava sull’oleografismo più deteriore. Con un paziente e appassionato lavoro egli svecchiò e preparò il terreno a quella che sarebbe stata l’avanguardia degli anni Cinquanta e Sessanta, formando artisti che avrebbero dialogato con l’Europa, come il MAC napoletano, il Gruppo Sud, Il Gruppo 58, e la Pop Art. Non ci sono stati artisti napoletani che non siano usciti dalla scuola di Emilio Notte. Non fosse che per questo Napoli dovrebbe tributargli un doveroso riconoscimento con una mostra antologica completa e scientifica.

È giusto accogliere nella nostra città artisti di fama mondiale, ma insieme a questi sarebbe nostro dovere ricordare anche le nostre glorie passate e, presenti. Soprattutto passate, altrimenti ci destiniamo al colonialismo culturale. Sono venti anni che Roma propone grandi mostre della Scuola Romana; Bologna fa altrettanto con i suoi artisti, per non parlare di Milano e di Torino. Ogni tanto bisognerebbe ricordare che Mnemosine (la Memoria), era la madre delle Muse (le arti). Ars longa, vita brevis, diceva Orazio, nel senso che l’arte oltrepassa la vita umana e la perpetua. E solo per questo, che gli artisti si dannano l’anima: per sopravvivere. Fatica inutile, per quelli napoletani, senza la Memoria.

Maria Roccasalva

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Emilio Notte

Emilio Notte è nato a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi nel 1891 e morto a Napoli nel 1982.

Lasciati gli studi classici per la pittura, dal 1906 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli come allievo di Vincenzo Volpe, per poi trasferirsi, dal 1908, sotto la guida di De Carolis e Sartorio, a quella di Firenze dove frequenta lo studio di Fattori e la cerchia di intellettuali, da Papini a Soffici, da Rosai e Russolo a Palazzeschi. Profondamente sensibile alla tematica degli umili e degli oppressi, che torna costantemente nella sua produzione, attento alle suggestioni di Cézanne come a quelle dell’Espressionismo di Ensor e Schiele, Notte aderisce al Futurismo che tende tuttavia “a raffreddare nel cubismo”, avvicinandosi più al costruttivismo geometrico di Picasso e Braque, che alla compenetrazione dinamica di un Boccioni. Sebbene prenda le distanze da alcune tematiche futuriste quali l’incondizionata esaltazione della macchina e la retorica interventista, fra il 1918 e il ’20, grazie anche alla frequentazione milanese di Marinetti, Margherita Sarfatti, Sironi, Carrà e Arturo Martini, realizza le sue opere più autenticamente futuriste caratterizzate da un accentuato dinamismo e da un più acceso cromatismo. Il trasferimento a Roma, dal ’24, segna la sua adesione a Novecento e “al ritorno all’ordine” che lo porta alla rielaborazione dei capolavori del Quattrocento fiorentino e del Rinascimento veneto, da Tiziano a Veronese, e a subire il fascino del Realismo magico e della monumentalità di Sironi. In questi anni l’intensa attività espositiva, che lo vede partecipare a numerose Biennali di Venezia e realizzare le prime personali, si alterna a quella didattica, con la cattedra di Pittura presso il Liceo Artistico di Venezia (vinta nel 1923) e poi gli incarichi alle Accademie di Belle Arti di Roma e di Napoli, dove alla forte ostilità dei colleghi più tradizionalisti si contrappone l’entusiastica accoglienza dei giovani studenti che Notte guida nell’aggiornamento sulle avanguardie europee e internazionali. Negli anni Trenta-Quaranta ritorna all’Impressionismo, mostrando, in opere come “Ballerina” del 1938, un recupero della capacità espressiva del colore di Renoir e Cézanne. Gli anni Quaranta, apertisi con la realizzazione dell’affresco con il “Mito di Ulisse” nell’Auditorium della Mostra d’Oltremare a Napoli, dove si era trasferito nel ’36, sono segnati dalla guerra, cui rimanda il drammatico corpus di diciotto fogli “Disegni sotto le bombe”, che l’artista realizza a matita grassa tra il 1941 e il 1944 in un rifugio antiaereo del rione Materdei: volti e figure, frammenti di una tragedia corale e di uno stato d’animo personale tradotti in un segno snervato ed estenuato memore delle filiformi figure di “Quelli che restano” degli “Stati d’Animo” di Boccioni e di alcuni appunti disegnativi di Cézanne. Gli anni ’50 segnano l’adesione al partito comunista e al neo-realismo, e opere di profondo impegno etico-politico, quali “1° maggio”. Realizzata nel 1956 nella sezione del PCI, ospitata in un basso, l’opera, che nella forza del segno e nell’accesa cromia rimanda ai modi di Guttuso, immortala un frammento di vita di Materdei, ritraendo nei partecipanti al corteo, oltre allo stesso Notte, i volti di abitanti del quartiere: operai, muratori, sarti e guantaie, sui cui volti erano ancora visibili i segni della guerra.

Maria Confalone
da “9cento – Napoli 1910-1980 per un museo in progress” Electa Napoli, 2010

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MARCIANO ARTE GALLERIA D’ARTE E CORNICI, NAPOLI

Salvatore Marciano

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