Mario Vittorio, Veduta di Piazza del Gesù dal Cortile di Santa Chiara

Autore:VITTORIO MARIO

N. - M. :Napoli, 1908 - 1975

Tecnica:Olio su tela

Misure:40 x 50 cm

Anno:1967

Classificazione: Paesaggi, Figurativi, Oli, Classici, Moderni

Note Critico - Biografiche

MARIO VITTORIO

Napoli, 1908 – 1975

 

 

Veduta di Piazza del Gesù dal Cortile di Santa Chiara

 

dipinto di Mario Vittorio
Mario Vittorio, “Veduta di Piazza del Gesù dal Cortile di Santa Chiara”, olio su tela 40×50 cm del 1967

 

 

Il crisconiano Mario Vittorio

di Paolo Ricci 

 

Mario Vittorio è uno dei pittori più problematici dell’arte moderna nostrana; nacque nel 1908, a Napoli, dove mori nel 1975. L’artista partì dall’illuminante vicinanza di Luigi Crisconio, del quale seguì con sensibilità ed intelligenza le varie fasi della produzione, traendo da essa soprattutto il senso vigoroso, ma incisivo, del realismo «sobborghista», cioè di quella pittura impostata principalmente sulle atmosfere dei rioni suburbani di una grande metropoli, quale appariva ancora Napoli, più che altro nella fantasia, nei sogni. Mario Vittorio è stato certamente uno dei principali protagonisti dell’antiaccademismo novecentista ed uno degli elaboratori più originali del linguaggio pittorico attuale; linguaggio al quale, coscientemente o innocentemente, si rifanno i giovani artisti più vivi del suo tempo. Egli aveva la frenesia della pittura, ma, per ragioni familiari, non potette dedicarsi completamente ad essa, per la difficoltà di contemperare l’attività di orafo e quella dell’artista libero. Questo si sottolinea qui allo scopo di comprendere il motivo che non consentì al pittore di esprimere tutta la forza della sua sensibilità. L’obbiettiva limitazione dell’attività creativa influì sulla sua natura timida e accentuò il suo modo di vivere di modesto «artigiano», privo da qualsiasi atteggiamento da artista. Impegnato, per vivere, in un lavoro che non gli piaceva, dedicava tutte le ore libere alla pittura. Mario Vittorio esordì nel lontano 1928, a quella famosa «I Mostra primaverile d’Arte», distinguendosi per la forza, il rigore e l’asprezza dei suoi dipinti e per la tematica antigraziosa a cui essi si ispiravano. A quella mostra aderirono artisti di varie generazioni, da Eugenio Viti a Luigi Crisconio, ma il nucleo più vivo fu quello che, dall’esperienza crisconiana, trasse la scoperta di una realtà napoletana, dei suoi aspetti più inquietanti e moderni. Risalgono a quel tempo i quadri ispirati ai sordidi paesaggi industriali, le sue fuligginose vedute del Pascone, le sue grigie nature morte composte di umili oggetti di cucina, i suoi dolenti e spietati ritratti degli sconfitti, che mostrano í protagonisti di una umanità dolorosa. La sua pittura lo pone nel novero degli espressionisti, e di colpo raggiunge un’area di ricerca di contenuto europeo. Poche di queste opere si sono salvate: nessun collezionista intelligente (ammesso che a Napoli ce ne siano mai stati) le ha raccolte; così la testimonianza di quel momento di genialità inventiva è affidata a quei pochi che gli amici e i compagni, ed egli stesso, sono riusciti a salvare dalla distruzione. Un pittore della sua natura aveva il dovere di fare un salto audace: abbandonare il piccolo commercio ereditato dal padre, correre l’area dell’avventura ubriacante dell’artista padrone del suo destino e della sua fantasia; tuttavia, quei pochi dipinti salvati, non più di una trentina da me conosciuti, danno l’esatta misura di un artista vivissimo e geniale. I suoi nudi, concepiti con la violenza tipica della pittura d’origine espressionista, in particolare di un Otto Dix, rimangono esemplari ed inconfondibili nella produzione pittorica del suo tempo. I suoi paesaggi dai cieli bui, con i casamenti popolari scrostati, accanto agli edifici industriali, alle ciminiere e alle gru, sullo sfondo di un paesaggio campano che nulla ricorda dell’immagine «turistica», costituiscono l’esempio finora mai raggiunto di un paesaggismo realistico, del quale, soltanto ora, alcuni giovanissimi comprendono il fascino. I ritratti del padre, della madre, della moglie, sono concepiti senza pietà e senza tenerezza come presenze di una realtà tragica. Le sue nature morte, rigorosamente bilanciate, ma mai «graziose», ricordano la pittura del migliore Andrè Derain, per quella calma apparente che Mario Vittorio pone nei vari oggetti, presenze, anch’essi, di una realtà vissuta, squallida testimonianza di una vita senza speranza e illusione.

 

da “Arte e artisti a Napoli (1800 – 1943)” Guida Editore. Napoli, 1980.

 

 

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Marciano Arte, galleria d’arte e cornici, Napoli

 

Salvatore Marciano

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