Salvatore Emblema, Senza titolo II

Autore:EMBLEMA SALVATORE

N. - M. :Terzigno, 1929 - 2006

Tecnica:Terre vesuviane colorate su tela di juta con toppe cucite

Misure:70 x 90 cm

Anno:2005

Classificazione: Moderni, Altre Tecniche, Astratti

Note Critico - Biografiche

SALVATORE EMBLEMA

Terzigno, 1929 – 2006

 

Senza Titolo II

Opera di arte contemporanea, astratta, unica e originale di Salvatore Emblema, Senza titolo, terre vesuviane colorate su tela di juta con toppe cucite 70x90 cm, del 2005; firmata e datata al verso. Opera pubblicata e archiviata.
Senza titolo, terre vesuviane colorate su tela di juta con toppe cucite 70×90 cm, del 2005; firmata e datata al verso. Opera pubblicata e archiviata.

 

L’opera è registrata presso l’archivio ufficiale del Museo Emblema e pubblicata sia sul catalogo “Salvatore Emblema – Luce Colore Movimento” di Maretti editore, sia su “Nudaluce – Salvatore Emblema” di Iemme edizioni.

 

 

 

Emblematico Emblema

La poesia della cultura del ‘900 attraverso il gusto di un collezionista con la scelta di Picasso e Botero (Picasso, l’artista che ha dato nome a un secolo e l’altro artista, Botero, che lo ha chiuso), è sembrata una particolare attrazione anche per la raccolta di pittori che vanno da Magritte a Campigli a Picasso a Sughi, a maestri da Rotella a Emblema con una varietà straordinaria, che sono il segnale della curiosità del collezionista. L’idea di un pittore che porta il suo nome e quello del suo paese in tutto il mondo, è il segnale che l’arte, in realtà, ha un primato che è nella consapevolezza e nella sensibilità di ognuno. Dentro di noi c’è una necessità di bellezza che non può in nessun modo essere compressa, che si manifesta anche per istinto. L’uomo, dentro di sé, ha una dimensione creativa, di liberazione di emozioni, di sentimenti. Mentre in alcuni rimane soltanto una cosa privata, uno sfogo, negli artisti diventa qualcosa che nasce egoisticamente per dare a loro stessi la soddisfazione di esprimersi, ma che gli altri, nel guardarla, sentono come una cosa propria. Se pensiamo a quanta arte, dall’epoca greco-romana ai nostri giorni, da Giotto all’Arte Povera, si sia posta come obiettivo di essere immagine di un concetto, comprendiamo come nessun cognome meglio di Emblema potrebbe essere più adatto a un artista. Se altri hanno dovuto cercare una ragione per la propria arte, a Emblema Salvatore sarebbe potuto bastare leggere il suo cognome. L’arte di Emblema non poteva non essere una nuova emblematica. Vuole infatti individuare un linguaggio in cui viene dato corpo visibile a un’intuizione che si muove nel terreno dell’etereo, concepibile nella mente prima che nei sensi. Senza questo, l’intuizione rimarrebbe qualcosa di vago e astratto, intraducibile in termini che permettano una comunicazione “forte” e diretta, di alto coinvolgimento emotivo, una trasmissione di nozioni e di sensazioni come la parola potrebbe fare solo in parte. Ma emblematica, dal punto di vista etimologico, non è solo la sostanza alla base dell’arte di Emblema. Lo è anche nella struttura espressiva adottata dall’artista nelle sue opere, nelle tempere su juta in cui corpi planari, grumi filamentosi di segno e di colore, sfumati e ancora memori dell’esempio di Rothko, si addensano al centro della composizione. Cosa ha fatto, Emblema Salvatore, se non realizzare degli emblemi nel senso greco del termine, ossia inserire un elemento in uno più vasto, un’isola in un mare, una cifra visivamente caratterizzata all’interno di un campo più neutro e indefinito con il quale stabilire un rapporto dialettico allo stesso modo di contrasto e di integrazione. Cosa ha fatto Emblema, se non ideare degli emblemi, delle rappresentazioni simboliche di un’arte come la sua che è già per sua natura emblematica? Emblema, insomma, è un concetto, arte dell’arte, nel momento stesso in cui si fa arte: Magritte avrebbe trovato esaltanti queste corrispondenze, questi continui rimandi fra nomi e cose, fra apparenza e senso, concessi solo a un artista che sia chiamato nello stesso modo della sua arte. Terzigno è il paese di Emblema, alle pendici del Vesuvio, all’estre­mità della vecchia Pompei, sorto nel Settecento lungo gli spazi aperti dalla lava nella grande eruzione del 1631. In questo senso, pur essendone stata in antico la sua periferia, come dimostrano i resti archeologici di alcune ville romane, Terzigno potrebbe considerarsi quasi una “anti-Pompei”: se lì il vulcano ha determinato la morte, qui ha determinato la vita. Non solo perché Terzigno è sorta nello spazio creato dalla lava, e le cave di Terzigno fornivano il basolato per i lastricati delle strade e le piazze di Napoli, elegantissime. Inoltre la terra lavica permette ancora di produrre vino e olio di ottima qualità, fra i migliori della zona. Terzigno e Pompei sono più vicine di quanto non si pensi, come periferia di Pompei, anche l’agglomerato romano che sorgeva nel luogo dell’attuale Terzigno è stato devastato dall’eruzione del 79 d. C.; quando poi Pompei è ritornata a vivere nella memoria dell’Occidente in modo ancora più glorioso di quanto non fosse stato diciassette secoli prima, recuperata dalla cenere che l’aveva preservata miracolosamente, è stato il momento in cui anche Terzigno, nuova figlia del vulcano, ha iniziato a essere costruita. Nella vita e nella morte, Terzigno e Pompei hanno quindi conosciuto storie diverse ma parallele. Terzigno, questo luogo così speciale per storia e tradizione, è il paese dove Salvatore Emblema è nato e vive stabilmente. E’ il paese da cui diresti che Emblema non si sia mai mosso, come Morandi dalla bolognese Via Fondazza; e invece Terzigno è stata una conquista progressiva, impegnativa, faticosa, la tappa finale di un percorso, artistico, intellettuale che l’ha condotto lontano dall’ombra del Vesuvio, a Roma, in Francia, in Inghilterra, a New York fra il 1956 e il 1958, in anni in cui anche per gli artisti era certamente più difficile muoversi di quanto non sia oggi. Solo dopo aver tanto girato, solo dopo aver varcato i confini della provincia per assaporare l’aria dei principali centri dell’arte nazionale e internazionale, Emblema Salvatore si è sentito maturo per poter stare, a Terzigno. C’è qualcosa di antico e di moderno in questo suo atteggiamento, un po’ da Ulisse dell’arte, che concepisce il ritorno alle proprie origini come una necessità; ma c’è anche la coscienza che il mondo contemporaneo, mondo della comunicazione e della cultura globale, permetta oggi di stare al suo centro anche in un appartato paese della cerchia vesuviana. E’ il mondo che è entrato dentro di noi, nelle nostre abitudini, nelle nostre riflessioni, senza che ci sia più bisogno di inseguirlo. Terzigno può essere benissimo un suo osservatorio, uno degli innumerevoli osservatori possibili, se si possiede una sufficiente esperienza del mondo per poter credere che ciò sia possibile. Se questo è vero, vuol dire che non esiste più un centro da cui tutto parte e attorno al quale tutto si muove, una Roma antica, una Parigi, una Londra, una New York. Emblema lo ha capito non oggi, che certe valutazioni sarebbero più facili, ma trenta o quaranta anni fa. Tornando a vivere in provincia, facendo quindi un gesto di apparente modestia, ha fatto quanto dì più avveduto e innovativo potesse fare. E’ solo a Terzigno, a contatto con le proprie radici, con la propria tradizione storica, con i propri affetti, che Emblema poteva portare nel modo migliore la sua esperienza del mondo, spirituale e artistica; solo a contatto con la luce, i sapori, la natura, le materie della propria terra, Emblema poteva elaborare le conoscenze effettuate altrove, l’Informale nazionale e internazionale, l’Action Painting, l’Espressionismo Astratto, per dar vita a un personale discorso artistico che si confrontasse non solo con il mondo, ma con un altro riferimento indispensabile per la propria identità espressiva, un altro universo da esplorare, il proprio io. Terzigno è certamente il centro dell’anima di Emblema Salvatore, nei suoi significati culturali e emotivi piuttosto che geografici. Nella sfera psicologica di Emblema, Terzigno è non solo una dimensione spaziale integrale, allo stesso modo centro e periferia, luogo e non-luogo, il passato, il presente, il futuro. Un passato che risale a Pompei, a un’arte sapiente e segreta, specchio di una civiltà che, come sembrava a Nietz­sche, ci appare dedita a qualcosa che ci è forse sfuggito per sempre, un istintivo, naturale culto dei sensi; un’arte della cui memoria l’Occidente non potrebbe non avere, ancora così ricca di stimoli per un artista moderno. Un passato che in tempi più recenti riporta da Pompei a Terzigno, alle botteghe artigianali, alla lavorazione delle materie vulcaniche che tanto peso hanno avuto nelle sue tradizioni. Il presente è lo sviluppo di questi motivi secondo un senso aggiornato, la ripresa di visioni artistiche, di concezioni del colore che si rifacciano agli esempi di Pompei, alle tecniche e alle tradizioni di Terzigno, ma sempre guardando avanti per fare qualcosa di nuovo, perché non c’è niente di veramente nuovo se non si rielabora in modo originale e progredito ciò che è stato fatto in passato, senza però mai dimenticarsi di essere uomini moderni, dotati di una sensibilità estetica. Potremmo anche sottovalutare questi aspetti, se poi non ritrovassimo nell’arte di Emblema la stessa dimensione spaziale e temporale che egli attribuisce a Terzigno. Spazi indefiniti, ma ugualmente assoluti nel darsi come negazione della normale tridimensionalità prospettica, fisici nel loro essere determinati da varianti materiche e cromatiche, anche attraverso sovrapposizioni di piani al limite dell’impercettibile, spazi mentali nella loro concezione, strettamente artistici anche nel loro essere puramente sensoriali, come se astratto e concreto finissero per trovare un punto di congiunzione, un emblema – ritorna ancora la parola-chiave – come loro elemento di mediazione. All’interno di questi spazi assoluti in attesa di definizione, privi di ogni possibile contraddizione interna, galleggiano forme biomorfe, ora segni cespugliosi e reticolari, ora strutture contraddistinte da una calibrata alternanza di vuoti e pieni, nelle quali il segno cerca l’identificazione nel gesto e nell’espressività diretta del colore, secondo quanto indicato dalla lezione dell’Informale. Sono forme rispondenti a un generale principio di natura, ma che poi sorprende di non ritrovare al di fuori del repertorio di Emblema. In realtà sono forme di una natura possibile, verisimile, ma non esistente lontano dall’universo creativo di Emblema. E’ una seconda natura, parallela a quella reale, reinventata, recuperata secondo il modello fornito dagli antichi, riscattata dagli oltraggi dell’uomo moderno, fatta propria perché interiorizzata, secondo un proposito che a Emblema era chiaro fin dalle opere a feuilles collées come dai suoi tessuti artificialmente sfibrati, intaccati nella loro integrità, resi irregolari, imperfetti, rivelatori di una sensibilità materica che esprime le stesse corrispondenze emotive che condivide con Burri, Fontana, Tapiès, Rauschemberg, anticipatrici di molte istanze tipiche dell’Arte Povera. Anche la tecnica di Emblema (si pensi alla tempera vulcanica, ad esempio) diventa natura reinventata, materia prima riscoperta, studiata, sperimentata, fino a diventare parte integrante dell’espressione, motivo portante della cifra stilistica. Natura su natura per ricavare una natura “altra”, lirica, che percepiamo davanti ai nostri occhi, ma che esiste solo dentro di noi. E’ questa la Terzigno al centro del mondo, la Terzigno della natura reinventata, la Terzigno di un’anima straordinariamente pulsante, a cui guarda costantemente l’arte di Em­blema come a un terreno materiale e intellettuale a cui non si può rinunciare, fertile come i campi dei dintorni. C’è una terza cosa, fra quelle che mi impressionano di Emblema, di cui devo ancora riferire: il museo. Emblema Salvatore, artista del mondo, uomo di una Terzigno spirituale non meno che terrena, riconosciuto dalla comunità come perfetta personificazione del genius loci, si è fatto un museo nel suo paese. Potrebbe sembrare un gesto di superbia, un delirio da narciso, oppure quasi una imbalsamazione per assicurarsi una memoria come più può piacere. Niente di tutto questo. Se si è riconosciuti in vita, se si è coscienti per quanto si è e si ottengono riconoscimenti dell’importanza del proprio ruolo all’interno della vita culturale e sociale, che soddisfazione ci sarebbe a essere celebrati da un museo non essendo in vita? La gloria dei postumi è piacere da necrofili, è più giusto e sensato godersela in vita, fra altri vivi, dimostrando di incidere nella vita vissuta degli altri. Il museo di Emblema è poi quanto di più lontano ci possa essere dall’imbalsamazione: è laboratorio attivo, dialogo continuo con chi lo visita, percorso aperto che “emblematizza” Emblema, sintetizzando le principali tappe della sua avventura artistica, ma che si offre sempre disponibile a nuovi sviluppi. Il museo è il modo per guardare a sé stessi, come uomini, come artisti, come membri di una comunità civile, uscendo dalla propria dimensione personale, rivelandosi compiutamente all’esterno, dichiarando, esibendo il risultato delle proprie fatiche, e nel mettere a disposizione le esperienze acquisite. Il museo di un vivente non è un atto di vanità, è un atto di coraggio e di onestà, con sé stessi e con gli altri. E’ volontà di riabilitazione, individuale e di un’intera comunità che ha assistito anche per Terzigno al degrado della speculazione edilizia. Per meriti non trascurabili, in un’epoca come la nostra, dovremmo dare atto a Emblema Salvatore.

Vittorio Sgarbi

 

 

UN MAESTRO DEL COLORE

(da IL MATTINO – del 03/02/2006)

Pittore dell’alchimia. Addio a Emblema Salvatore, artista vesuviano

La scomparsa a 77 anni. Da giovane si era ispirato a Rothko, le sue opere in mostra a Città del Messico
A Terzigno, un paese alle pendici del Vesuvio, dove era nato nel 1929, si è spento ieri all’alba il pittore Emblema Salvatore, circondato da quella riservatezza e solitudine che lo avevano contraddistinto. Di lui non si sapeva molto. Pochi i dati biografici e culturali (l’esordio nel ’48, con collage di foglie essiccate su tele poi chiamate «fullografie», i viaggi, la presenza in grandi musei e istituti italiani e stranieri) che comunque bastavano a conferirgli un’aura di prestigio e di preziosa diversità. Aveva in gioventù viaggiato per l’Europa e per due anni si era fermato in America dove aveva avuto il privilegio di conoscere Rothko, la cui lezione artistica di gran rigore lasciò una traccia indelebile in lui. Il ritorno definitivo a Terzigno impresse una svolta particolare alla sua ricerca. Da questo punto in poi Emblema concentra tutte le sue risorse creative su un lavoro di sintesi mirante a far interagire la forma in sé e per sé considerata, con la materia pittorica direttamente desunta dalla natura circostante, dalle essenze vegetali, dalla pietra lavica opportunamente trattata. Chi vedeva l’artista all’opera nel suo spazioso ambiente-laboratorio, zeppo di secchi con il colore, di strumenti e attrezzi vari, con la sigaretta sempre accesa, completamente concentrato a deporre su grandi superfici e su fogli di carta delle vere e proprie colate laviche di rosso, blu, nero, turchese, bianco, i suoi colori dominanti, restava religiosamente in silenzio. Uomo di poche, essenziali parole, dai gesti asciutti, Emblema era l’esempio vivente di una coerenza umana e artistica spinta all’estremo. I suoi segni, i suoi graffiti, le tele sfilate che mettevano a nudo la struttura intima della materia, attraversata dalla luce, facevano da perfetto contrappunto al suo modo spoglio di comunicare. Un mondo poetico, il suo, distante dai dati oggettivi della realtà, eppure intriso di fisicità di apparizioni improvvise attraverso crepe e stratificazioni cromatiche. Colpisce in primo luogo non tanto il sottile, spasmodico gioco o interscambio fra «trasparenza e opacità», come ebbe a scrivere Argan nell’aprile del 1979, in occasione della mostra nella Villa Pignatelli di Napoli, quanto la qualità stessa del colore, per nulla accattivante, ma crudo, compresso, rappreso in una sua primordiale e quasi selvaggia elementarità. Pittura meditata, scaturita da un intenso processo di tipo alchemico, dove i sensi e la mente entrano in un serrato dialogo, quella di Emblema Salvatore appare come una sorta di caleidoscopio che combina, ricombina frammenti di paesaggi onirici e visionari, striature monocromatiche, grovigli di segni, forme che somigliano a piante, a uccelli, a stelle. Quando, però, le allusioni, le risonanze, le epifanie della natura cedono il campo alla tensione astratta e analitica, ci si trova dinanzi a uno schermo sorretto da assi di legno, tela di juta oppure di sacco, detessuta e a volte tinta. Qui le emozioni vengono rallentate, filtrate da una distanza contemplativa che consegna il tempo e lo spazio a una corrente pulviscolare e corpuscolare di estremo equilibrio compositivo, come se si trattasse di una partitura musicale ricca di variazioni minime. Si spiega così il fatto che le opere di Emblema Salvatore hanno fino a poco tempo fa incontrato soprattutto l’interesse della critica più attenta. Solo di recente un certo mercato, in particolare Telemarket, ha cominciato ad accorgersi di questo artista e a farlo circolare su vasta scale. Un segno dei tempi, in quanto il gusto del pubblico si è nel frattempo maggiormente affinato, per cui un tipo di arte che fonde il rigore e l’eleganza, l’enigmatico e il primordiale, riesce a coinvolgere la capacità di stupirsi di molte persone. Di qui una serie di mostre internazionali, l’ultima delle quali, con il titolo «Colore e trasparenza», è tutt’ora in corso nel Messico, a cura di Vittorio Sgarbi, mentre un’altra è prevista in aprile al «Moma» di New York.

Michele Sovente
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Salvatore Marciano

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