Abbraccio

Autore:DE VINCENZO GIOVANNI

N. - M. :Apice, 1932 - Portici, 2006

Tecnica:Ferro e cemento

Misure:55 x 35 x 25 cm

Classificazione: Figure, Moderni, Figurativi, Altre Tecniche

Note Critico - Biografiche

GIOVANNI  DE VINCENZO

Mario De Micheli: “Ogni scultura di De Vincenzo ci riporta ai problemi esistenziali e civili… Le sue opere hanno un messaggio al cui centro d’interesse sta l’uomo nei suoi desideri di rompere i propri limiti e nell’opposizione alle forze ostili che agiscono dentro la storia.”

Angelo Calabrese: “L’artista ripresenta le forme che si diversificano nella sua ansia di coglierle e si animano del fatto in evoluzione. Di qui tagli, angolazioni, luci, ipotesi, concretezze visibili e soprattutto ansie umane, libere dagli orpelli di ogni facile effetto…”

Armando Miele: “La dissolvenza figurativa trova spiegazione e compenso nella focalizzazione dei significati: la forma si adegua, cioè, all’attività mentale dell’artista, senza regredire ad esercitazione plastica indulgente a facili effetti di estrinseca derivazione…”.

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Vivere a Napoli, anzi, vivere a Portici, forse vuol dire anche imprimere nella propria memoria i movimenti e il brulichio d’una umanità alle prese con i drammi — piccoli e grandi — della vita, del lavoro, del mare, della gioia, della sofferenza.

Anche per Giovanni De Vincenzo, certamente, la vivacità e la dimensione del quotidiano napoletano, sono stati i primi segnali di una realtà che man mano è venuta trasfigurandosi in movimenti plastici di ferro e di cemento come a testimoniare la estrema durezza di forme che sperano in un proprio riscatto terreno, pure se nella terra, nel ferro e nel fuoco hanno la loro più pura e umana giustificazione e maturazione.

Per De Vincenzo, ma prima per Gemito, per Martini, poi per Fabbri e Minguzzi e per tutta la « linea mediterranea » che con la scultura ha siglato le pagine più alte e più belle di un vitalismo solare e di una forza interiore senza filtri intellettualistici, la vocazione al gesto e alla figurazione è il sintomo più evidente di un abbandono vigile alla ispirazione più diretta e più immediata che un artista ‘possa avere.

Tuttavia per il Maestro, l’ispirazione è controllata da una capacità tutta italiana-artigianale, vale a dire autonoma e da autentico « maestro d’arte » che con le proprie mani sa piegare e modellare la dura realtà del metallo, trasformandola ora in urli di dolore o di gioia, ora in messaggi di giustizia o in movenze pacate anelanti la pace e, ancora, in simbologie multiple che scandiscono i momenti e i temi d’una apocalisse a un tempo mondana e trascendentale e misteriosa.

C’è poi, in tutte le sculture di De Vincenzo, un confronto diretto con la materia, uno scontro addirittura, una sorta di battaglia ardua ma senza spargimento di sangue, anche se l’Artista pare denunciare lo sforzo tutto ammirevolmente umano di spingere la materia entro forme scabre ed essenziali, entro simulacri che l’apparente contorsione e difficoltà delle plastiche forme testimonia la raggiunta armonia di equilibri formali e sostanziali, come dopo una lotta fra l’io e l’es, fra l’uomo e la natura, fra l’artista e la materia bruta che non vuole piegarsi a lui. Donde il senso di conquista, di faticosa ascesa e infine di equilibrata pace che proviene da tutta l’opera di De Vincenzo, autentico scugnizzo del gesso e del bronzo, interprete a modo suo d’una meridionalità sentita prima nel sangue e nel pulsare delle emozioni che nella razionalità (o ragionevolezza) della riflessione.

Eppure il dispiegarsi temporale ed estetico di tutta l’attività dello scultore napoletano sta proprio ad indicare la simbiosi degli inconciliabili estremi di istinto e di ragione, di sentimento e di razionalità in una specie di superiore dimensione che soltanto l’arte — in questo caso la scultura — intesa come missione totalizzante riesce a raggiungere.

Si rinnova, dunque, per il nostro De Vincenzo, il momento del confronto con la grande città, con il grande pubblico, con la più ampia dimensione d’un giudizio che comunque trae le sue motivazioni non certo dall’entità della legge dei numeri, ma da quella, ben più emergente e illuminata, d’una oggettiva, raggiunta sintesi superiore dei valori estetici, formali e significativi, degni d’un vero artista come lui.

Paolo Pillitteri

 

MarcianoArte, galleria d’arte e cornici, Napoli

Salvatore Marciano

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