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Le stampe antiche

Il cultore dell’incisione d’epoca può soddisfare il suo particolare e ricercato interesse grazie alle diverse e splendide stampe antiche del XVIII e XIX secolo della Collezione Marciano Arte.

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Titolo: Lungo la costa
Tecnica: Olio su cartoncino rintelato
Anno: 1955
Misure: 45 x 55 cm
N-M: Napoli, 1909 - Portici, 1983
Classificazione: Paesaggi, Marine, Classici, Figurativi, Oli.
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Olio su tela di Placido Errico

Note Critico - Biografiche

 

ERRICO PLACIDO

Placido nacque a Napoli nel 1909, ma ha vissuto a Portici sin da bambino. Ha dipinto per circa mezzo secolo ed ebbe ad affermarsi sin dal 1938 alla Sindacale d'Arte di Napoli. Numerose sono le sue presenze nelle rassegne e personali in tutta Italia. Placido è morto a Portici nel 1983.

Errico Placido, il suo casato è in stridente contrasto con il suo temperamento di uomo e di Artista. Egli nella sua vita quasi sempre movimentata, quasi sempre incerta, che si è svolta e si svolge in un gioco di sensazioni e di emozioni, di entusiasmi e di avvilimenti, non ha fatto altro che il pittore, il pittore che vive con la pittura e della pittura. Iniziò tanti anni fa con Luigi Crisconio a Portici. Era appena un adolescente, e seguì il maestro nelle sue faticose peregrinazioni per le campagne vesuviane e le spiagge del golfo di Napoli, con lunghe soste sotto il sole, alla ricerca del motivo. Ne ha consumate scarpe, in queste sue escursioni di apprendissage! Tornava a casa stanco, stordito ma contento di aver dipinto sotto la guida di Crisconio. Era nato pittore. Crisconio, pur così rapido, così impetuoso nel dipingere, spesso rimaneva sorpreso dalla furia con cui il suo giovanissimo allievo e amico realizzava un paesaggio. Da quel tempo ad oggi, Errico Placido ha dipinto migliaia e migliaia di quadri, vagando da un capo all'altro d'Italia, non più a piedi ma in automobile. (La macchina) mi disse un giorno, " mi è di grande vantaggio, mi scopre il paesaggio. Mentre corro a tutta velocità mi fermo di botto, apro la cassetta e mi metto a dipingere ".

Pittore di grande istintività, autodidatta, lavorando incessantemente tutti i giorni si è liberato di ogni influenza del maestro raggiungendo un suo stile, ritrovando un suo mondo poetico.

Se risorgesse, anacronisticamente, la Repubblica di Portici " (Scuola Resina), certo sarebbe il pittore Placido a spiccare quale protagonista. E non soltanto per i suoi meriti innegabili di artista del pennello ma per la singolarità estrosa del personaggio, che qualche decennio fa, quando non era uscito ancora dalla adolescenza, incantava gli spettatori in molti teatri d'Italia con gratuita esibizione di giochi di prestigio (fazzoletti, palline multicolori, che sparivano e riapparivano da una manica, in cappello, da una tasca del cappotto degli astanti, fiorivano dai punti più imprevisti, assecondando l'acrobatico movimento delle mani).

Anche questi effimeri prodigi preludevano, del resto, ai tanti doni naturali del futuro pittore, e, in particolare, a quella rapidità di esecuzione da " Luca fa presto ", a quella sicurezza della composizione sempre equilibrata, a quella inesauribile libertà del concepire e sveltezza nell'eseguire, a quella continua vitalità dell'espressione, sempre idonea ai suoi fini e coerente alla qualità della visione. E questo, tanto che si tratti di una figura o di un paesaggio, di una marina o di un nudo: ogni cosa compiuta con una pennellata fremente ed intensa, che è sommaria soltanto all'apparenza. La fragranza del colore e la briosità del segno si amalgamano in fluidità di sintesi soprattutto in certi assembramenti di figure del circo e, meglio ancora, in certe individuazioni di personaggi della scena: un pierrot lunare, un pagliaccio trasognato, un arlecchino beffardo e altri personaggi, che sono colti in atteggiamenti e moti istantanei o al fuoco della ribalta o al riparo delle quinte. E' qui che il colore sprizza particolarmente vibrante e definitorio che si può scorgere in pieno lo scatto dell'originalità di Placido.

E' allora che il segno si identifica con il colore e il gusto della sintesi si distacca dalla tradizione locale e il pittore si immerge in un contesto europeo, tra la schiera francese dei " Fauves " e quella degli espressionisti tedeschi del "ponte" (Die Brùcke). Ma il suo temperamento, sorretto da sensibilità e fantasia, si rivela ancora nelle composizioni di figure e di nudi sapientemente organizzati, in un paesaggio idilliaco, in una marina sconvolta dalle onde, in una natura morta intensamente cromatica, in un mazzo di fiori di trepida freschezza primaverile. Qui i toni freddi e i toni caldi che si bilanciano in variazioni controllate da forza e sensibilità, diventano poetiche modulazioni di una fantasia che persegue sempre il miraggio di cogliere l'aspetto della natura, degli affetti, della memoria, in una similare evidenza di realtà e di sogno. Il segno di Placido si identifica, allora, con il colore assimilandone l'essenza interiore.

E' qui il segreto della sua appassionata gioia di vivere: una gioia che si riscontra così negli affetti umani come nello spettacolo dei fenomeni e delle stagioni.

Ricordo un giorno in cui ci incontrammo a Milano con il collega Marco Valsecchi e parlammo del temperamento artistico di Placido. Insieme convenimmo che se il nostro artista avesse avuto il coraggio di mettere da parte i sentimenti e l'amore per la sua Napoli, avrebbe certamente ricevuto consensi validissimi per la sua pittura, oltre confini.

Carlo Barbieri

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Pittore di sicura identità, Errico Placido si colloca con le sue opere fra l’esperienza francese di Fauves e quella degli espressionisti tedeschi. La sua ricerca, infatti, si distacca da ogni sorta di legame con la tradizione napoletana, della quale conserva solo la propensione per alcuni temi, primi fra tutti le marine e le nature morte. Fu artista di particolare rapidità esecutiva. Così Gino Grassi: “Paesaggi e nature morte, clowns e figure impegnano ancora il pittore di Portici, il quale ha allargato la sua tavolozza a nuove gamme tonali e cerca di rappresentare i piccoli interni familiari, le microribalte, gli angoli della metropoli dove si annida una umanità senza ambizioni e che vive di affetti sinceri la sua giornata senza gloria. Un artista di tutto rispetto che merita il prestigio che riscuote.”

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È vissuto a Portici sin da bambino. Ha dipinto per circa mezzo secolo ed ebbe ad affermarsi sin dal 1938 alla Sindacale d'Arte di Napoli. Numerose sono le sue presenze nelle rassegne e personali in tutta Italia. Placido si colloca con le sue opere fra l’esperienza francese dei Fauves e quella degli espressionisti tedeschi. La sua ricerca si distacca da ogni sorta di legame con la tradizione napoletana, della quale conserva solo la propensione per alcuni temi, primi fra tutti le marine e le nature morte.

Egli nella sua vita quasi sempre movimentata, quasi sempre incerta, che si è svolta in un gioco di sensazioni e di emozioni, di entusiasmi e di avvilimenti, non ha fatto altro che il pittore, il pittore che vive con la pittura e della pittura. Iniziò tanti anni fa con Luigi Crisconio a Portici. Era appena un adolescente, e seguì il maestro nelle sue faticose peregrinazioni per le campagne vesuviane e le spiagge del golfo di Napoli, con lunghe soste sotto il sole, alla ricerca del motivo. Tornava a casa stanco, stordito ma contento di aver dipinto sotto la guida di Crisconio. Era nato pittore. Crisconio, pur così rapido, così impetuoso nel dipingere, spesso rimaneva sorpreso dalla furia con cui il suo giovanissimo allievo e amico realizzava un paesaggio. Da quel tempo ad oggi, Errico Placido ha dipinto migliaia e migliaia di quadri, vagando da un capo all'altro d'Italia.

Egli stesso ha dettato un epigramma a esplicazione della sua pittura: “Credo che la pittura sia poesia delle immagini, e sono felice di averle offerto la mia esistenza, sereno malgrado stenti, ansie e fatiche. Ho cercato di capire al tempo briciole di vita; di registrare l’eco del mare; di cogliere il vasto respiro della mia terra; di esaltare la fatica degli umili; di confortare il dolore della mia gente”. Sono parole schiette, scevre d’ogni incrostazione retorica, che, al pari di una confessione, illuminano intorno a un uomo e a una pittura. Intorno a un uomo che s’avvale della pittura per evocare l’oggetto costante del suo amore: Napoli. Placido, infatti, deve essere annoverato fra gli interpreti più puntuali di Napoli, di un paesaggio dove la solarità mediterranea par di continuo naufragare nella malinconia, e della gente di Napoli, all’apparenza sorridente e chiassosa ma in effetti pregna di quella stessa malinconia. La pittura di Placido si palesa meditata e sofferta, per intero dischiusa ai sensi profondi e riposti che la realtà disvela all’artista. Pittura intesa come gesto “necessario” giacché, dipinto dopo dipinto, corrisponde ad un’esigenza interiore maturata nel muto colloquio che quotidianamente l’artista imposta col mondo che lo circonda e dal quale trae linfa alle sue giornate. Il pregio che caratterizza l’opera di Placido è originato dalla facoltà propria dell’artista di accordare un particolare momento del reale a un momento del suo spirito, e perciò di conferire all’immagine la pregnanza di una esperienza la più intima ed intensa. Sempre in Placido preme un dolente patire, una sottile mestizia che ossida il cielo ed il mare, il senso di caducità delle cose, l’inevitabile fluire dell’esistenza verso una caduta irreparabile. Allo sguardo dell’osservatore, trascorrono le molteplici effigi della realtà partenopea: figure di giovani donne nelle quali la speranza pare pacarsi al fiato di un presentimento di dolore o figure di donne adulte sulle quali crudelmente si depositano i segni stinti di rare gioie e di troppe sofferenze. Anche figure di poveri teatranti, di clowns straccioni, di malinconici Pulcinella che tentano ancora un ultimo spettacolo per donare una risata fittizia in cambio di un tozzo di pane e una scodella di minestra. Placido scandaglia la realtà napoletana con particolare frequenza, forse nel ricordo di personali vicissitudini che trasformano la sua adesione a quei protagonisti in un tenero atto d’amore.

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