Notte Emilio Autoritratto
Note Critico - Biografiche
EMILIO NOTTE
Emilio Notte nasce il 30 gennaio 1891 a Ceglie Messapica, nel brindisino, da Giovanni Notte, di cospicua famiglia marosticana, e dalla contessa vicentina Lucinda Chiumenti Fincati. Ma la famiglia si trasferisce presto prima a Lagonegro, poi a Sant'Angelo dei Lombardi, dove Notte frequenta le ginnasiali. Il motivo di sì frequenti trasferimenti dipendeva dall’attività del signor Giovanni, Ufficiale del Bollo, ovvero un dirigente del dicastero corrispondente all’attuale Ministero delle Finanze; ed è noto che in quei tempi – siamo nell’ultimo scorcio dell’Ottocento – la politica postunitaria imponeva l’ammodernamento degli apparati amministrativi del sud d’Italia, sicché ai migliori funzionari toccava viaggiare in lungo e in largo per la penisola. In ogni caso precoce è la sua vocazione artistica del piccolo Emilio. Non ancora dodicenne rivela un talento naturale fuori dall'ordinario. Perciò la famiglia decide di sottoporre la produzione del piccolo Notte al vaglio di Vincenzo Volpe, allora direttore dell'Istituto di Belle Arti di Napoli (oggi Accademia), il quale gli concede uno studiolo adiacente al suo e gli insegna il "mestiere". Dell'ambiente artistico partenopeo d'inizio secolo Notte non conserva un buon ricordo. Unica eccezione è la solitaria figura di Cammarano, che Notte ammira per la sua libertà espressiva. Comunque nel 1907 la famiglia si trasferisce nuovamente, questa volta in Toscana, a Prato. Lì Notte conosce il poeta e saggista Bino Binazzi, scopritore di talenti, e con Binazzi è sempre in compagnia di Curzio Malaparte. Ma frequenta anche per alcuni mesi lo studio di Fattori, dal quale apprende il gusto per le composizioni di ampio respiro. E' nello studio di Fattori che entra in contatto con il vivace ambiente della "Giovine Etruria", dunque con Plinio Nomellini, con Galileo Chini e altri. Le frequentazioni si estendono anche all'intelligenza artistica pistoiese. Notte è in quel tempo amico e sodale di Giovanni Costetti, di Renato Fondi, di Nannini, di Andrea Lippi; entra nel circuito della rivista "La Tempra", e alla Famiglia Artistica Pistoiese espone insieme a Rosai, Gigiotti Zanini, Celestini, Chiappelli. Dal 1913 in poi, tramite Bino Binazzi, entra in diretto contatto con l'avanguardia fiorentina, e frequenta assiduamente le "Giubbe Rosse" e il caffé Pazkowsky. Si lega d'amicizia imperitura con Giuseppe Prezzolini e con Aldo Palazzeschi, frequenta Giovanni Papini, e come ricorda Primo Conti "era con Soffici". Nel '13 conosce Boccioni, Marinetti, Carrà, Italo Tavolato, ed è fra i sostenitori del Futurismo alla storica serata al Teatro Verdi. In quei giorni si accompagna a Emilio Pettoruti, al fotografo Nunes Vais, ad Aleardo Xul Solar, a Magnelli. Stringe amicizia con Luigi Russolo, con Ginna e Corra, con Maria Ginanni; frequenta la biblioteca teosofica e si lega d'amicizia con Eva Khun e con Amendola. E' ascoltato sodale di Emilio Settimelli, di Mario Carli, dei pittori Marasco, Venna, Conti, Baldessari, Lega, Chiti. Contemporaneamente si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Adolfo De Carolis, che è il suo maestro, lo considera però un suo pari e un giorno gli presenta Gabriele D'Annunzio, che più volte visiterà lo studio del giovane Notte. Il quale nel frattempo - siamo nel 1915 - si è trasferito a Firenze. Egli è un pittore già noto, avendo alle spalle molte prestigiose mostre: espone tra l'altro alla Promotrice di Firenze un'opera che viene acquistata dalla Galleria d'Arte Moderna di Firenze e che oggi trovasi a Palazzo Pitti. Nel 1912 partecipa alla Biennale di Venezia; e nel '14 è stato notato a Roma, alla "Secessione", come il miglior talento della "Giovine Etruria", e ha vinto il prestigiosissimo Concorso Baruzzi (con l'opera "Il Soldo", aggi al Museo d'Arte Contemporanea di Bologna). Nel 1915 entra ufficialmente nel Movimento Futurista, ma le sue prime opere futuriste risalgono alla fine del 1913. Dunque, nella Firenze futurista Notte diventa un punto di riferimento, anche sul periodico "L'Italia Futurista", dove tra l'altro firma nel '17 insieme all'amico-allievo Lucio Venna il manifesto "Fondamento Lineare Geometrico". Il primo quadro futurista acquistato dal re d'Italia è un'opera di Emilio Notte. Si tratta di "La strada bianca", del '14, oggi al Quirinale. Sono gli anni della Grande Guerra e Notte è al fronte. Combatte sul Carso. Viene ferito gravemente (e decorato al valore). Durante la convalescenza all'ospedale militare di Bologna stringe amicizia con Morandi, e con Arturo Martini, che ritroverà a Milano. A Milano Notte giunge nel 1918. Marinetti lo introduce subito nel salotto di Margherita Sarfatti, musa ispiratrice che però Notte già conosce dagli anni fiorentini. Lì il pittore frequenta soprattutto Sironi e Carrà. E poi Ada Negri, Serrati, Arturo Martini, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville. Festeggia Severini insieme agli altri amici futuristi quando questi viene a Milano portando il vento di Parigi. Nel '19, a Milano, espone una sua personale futurista presentata da Marinetti alla Galleria Ballerini. Mostra replicata a Roma da Bragaglia e recensita con entusiasmo da Roberto Longhi. In quel periodo è tentato dall'esperienza dadaista e pubblica disegni su "Procellaria", frequenta i dadaisti italiani Gino Cantarelli, Aldo Fiozzi, Otello Rebecchi, Mario Dessy, Dario De Tuoni. Frequenta anche il pilota futurista Fedele Azari, Luigi Russolo e il musicista Alfredo Casella. Contemporaneamente pubblica tricromie futuriste su "Poesia", disegni e scritti su "Roma Futurista". Per qualche tempo si trasferisce a Venezia dove fonda L'Unione Giovani Artisti dove salda vecchi e nuovi contatti: Nino Barbantini, Teodoro Wolf Ferrari, Enrico Trois, Ercole Sibellato, Ferruccio Scattola ecc. Nel ‘20 organizza la storica mostra dei "Dissidenti" di 'Ca Pesaro ed espone insieme a Casorati, Arturo Martini, Gino Rossi, Scopinich, Pio Semeghini. A Venezia insegna al Liceo artistico, avendo tra gliatri per allievi Afro e Mirko Basaldella. Poi torna a Milano, fino al '24, anno in cui vince il Pensionato Nazionale, che gli consente di trasferirsi a Roma. Nel frattempo ha esposto ancora alla mostra futurista al Cova, e invitato da Prampolini all'esposizione futurista di Ginevra. L'esperienza futurista si conclude nel '21. Espone opere del "ritorno all'ordine" alla prima e seconda Biennale di Roma, e ottiene più sale personali alla "Primaverile" fiorentina del '22, organizzata da Sem Benelli. A Roma fra il '24 e il '26 insegna figura disegnata alla Scuola Libera del nudo in via Ripetta e ha per allievo Scipione. Ancora a Roma Notte incontra vecchi e nuovi amici: Ferruccio Ferrazzi, De Chirico, Ercole Drei, Carlo Socrate, che è suo dirimpettaio al Monte Tarpeo. E poi Balla, Attilio Torresini, Antonio Maraini, Adolfo De Carolis, Arturo Martini. Frequentatore assiduo della "Terza ricordato fra i componenti della cosiddetta "Scuola romana", fatto ancor più singolare in quanto le saletta" del caffé Aragno e Villa Strohl-Fern, cioè il cenacolo di Longhi, Notte non è tuttavia cronache dell’epoca registrano fedelmente questa sua appartenenza, resa ancor più ovvia dallo stile delle opere di quel tempo. Nel '25 dipinge un grande affresco nella Villa d'Este, a Tivoli. A Roma Notte frequenta Bontempelli e entra nelle atmosfere del Realismo Magico. Nel '29 ottiene la cattedra all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Inizia il suo magistero a Napoli, dove però si trasferirà definitivamente soltanto nel '36. A Napoli l'ambiente lo accoglie con freddezza, e anzi per un ventennio Notte è soggetto a continui attacchi, privati e pubblici, a causa della sua didattica avanguardista. Ma da Notte deriva appunto lo svecchiamento della cultura artistica partenopea. Proprio durante il primo ventennio del suo magistero Notte getta le basi di quella cultura artistica del dopoguerra che potrà dichiararsi al passo con le altre esperienze europee. E' un lavoro faticoso e sotterraneo, ma è un impegno costantemente confortato dall'interesse degli allievi, che emigrano dalle altre cattedre attirati dall'atmosfera internazionale che si respira presso la scuola di Emilio Notte. Dal '39 al '49 Notte dirige l'Accademia. E dal dopoguerra e fino agli anni Sessanta Emilio Notte diventa il punto di riferimento degli allievi più promettenti, cioè di coloro che poi si conquisteranno un ruolo nell'agone artistica nazionale e internazionale dal dopoguerra in poi. Muore a Napoli, nella sua casa in via Jannelli, il 7 luglio 1982, ricevendo i conforti religiosi dal Barnabita Luigi Lagreca. (fonte: www.galleriailtriangolo.com)
“C’era una volta Emilio Notte. Napoli l’ha dimenticato, Lecce no” di Maria Roccasalva
Alcuni anni fa, a Ceglie Messapica, in Puglia, si tenne un convegno di studi su Emilio Notte inserito nel quadro del Futurismo italiano. Dagli atti di quel convegno, oggi sta per essere pubblicato, in collaborazione con l'Università di Lecce, un libro davvero scientifico, cui hanno partecipato insigni studiosi di questo Movimento che fu una gloria indiscussa del nostro Novecento. Il grande volume comprende anche illuminanti saggi di Gino Agnese, presidente della Quadriennale di Roma, Enrico Crispolti, il più autorevole esperto del Futurismo in arte, del professor Antonio Giannone dell'Università di Lecce, nonché due lunghe interviste raccolte e trascritte da Michele Ciracì, in cui Emilio Notte racconta la sua vita, e scritti inediti del Maestro risalenti agli anni dal 1915 al 1920, tuttora conservati nell'archivio di Primo Conti, dove sono raccolti i più importanti documenti del Futurismo.
Fin qui nulla di strano: Notte è uno dei grandi esponenti del Futurismo, e un tale riconoscimento gli è dovuto. Il dato interessante è che sia la Puglia a manifestare attenzione sulla sua opera. Perché Notte, a Ceglie Messapica, vi nacque soltanto, e a Lecce non c'è mai stato, né come artista né come semplice turista. Egli, infatti, svolse la sua attività di docente e artista a Milano, Firenze, Venezia, Roma e infine a Napoli. Eppure è la Puglia che lo ricorda con orgoglio, consapevole del fatto che il suo nome è una gloria per l'intera regione.
Rallegra il cuore che in qualche parte dell'Italia si coltivi la memoria di personaggi illustri. Dovremmo prenderne esempio anche noi napoletani, perché Emilio Notte, a Napoli, tenne la cattedra di Pittura all'Accademia di Belle Arti per oltre quarant'anni e per un decennio ne fu anche direttore. Ma non ce lo ricordiamo più. Eppure egli è la figura chiave nel panorama artistico della nostra città. Tralasciamo il fatto che a Venezia siano stati suoi allievi Mirko e Afro Basaldella, a Roma il grande Scipione, a Napoli egli ha avuto come allievi Mimmo Rotella, Lucio Del Pezzo, Guido Biasi, Mimmo Jodice, Armando de Stefano (che fu anche suo successore alla cattedra di Pittura), Mario Colucci, che fu suo assistente, tanto per citarne alcuni fra i più rappresentativi, nonché tutta la lunghissima schiera di artisti che ancora oggi operano con più o meno fortuna nella nostra città. Di tutti questi, Emilio Notte è stato il Maestro per antonomasia.
Quando negli anni Trenta giunse a Napoli, aveva alle spalle una robusta cultura artistica europea che spaziava da Cezanne all'Espressionismo tedesco, dalla Secessione al Futurismo, oltre a una fitta rete di rapporti con gli esponenti più autorevoli della cultura italiana del Novecento, come Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, con Massimo Bontempelli del Realismo Magico, con Arturo Martini, con Margherita Sarfatti, che curò le sue mostre milanesi. Napoli, in quegli anni, viveva una stagione artistica a dir poco mediocre: di Picasso non si conosceva neppure il nome e dove, se si eccettua qualche isolato come Eugenio Viti, l'arte si trascinava sull'oleografismo più deteriore. Con un paziente e appassionato lavoro egli svecchiò e preparò il terreno a quella che sarebbe stata l'avanguardia degli anni Cinquanta e Sessanta, formando artisti che avrebbero dialogato con l'Europa, come il MAC napoletano, il Gruppo Sud, Il Gruppo 58, e la Pop Art. Non ci sono stati artisti napoletani che non siano usciti dalla scuola di Emilio Notte. Non fosse che per questo Napoli dovrebbe tributargli un doveroso riconoscimento con una mostra antologica completa e scientifica.
È giusto accogliere nella nostra città artisti di fama mondiale, ma insieme a questi sarebbe nostro dovere ricordare anche le nostre glorie passate e, presenti. Soprattutto passate, altrimenti ci destiniamo al colonialismo culturale. Sono venti anni che Roma propone grandi mostre della Scuola Romana; Bologna fa altrettanto con i suoi artisti, per non parlare di Milano e di Torino. Ogni tanto bisognerebbe ricordare che Mnemosine (la Memoria), era la madre delle Muse (le arti). Ars longa, vita brevis, diceva Orazio, nel senso che l'arte oltrepassa la vita umana e la perpetua. E solo per questo, che gli artisti si dannano l'anima: per sopravvivere. Fatica inutile, per quelli napoletani, senza la Memoria.
