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Le stampe antiche

Il cultore dell’incisione d’epoca può soddisfare il suo particolare e ricercato interesse grazie alle diverse e splendide stampe antiche del XVIII e XIX secolo della Collezione Marciano Arte.

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Titolo: Pescatori a Napoli
Tecnica: Olio su tela
Misure: 28,5 x 40 cm
N-M: Lugo di Romagna, 1856 - Napoli, 1949
Classificazione: Marine, Antichi, Figurativi, Oli.
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Note Critico - Biografiche

PRATELLA ATTILIO

(Lago, Ravenna, 1856 – Napoli, 1949)

Nel 1880 lo troviamo attivo col Casciaro, il Dalbono e tutta una schiera di pittori che continuano quel particolare naturalismo partenopeo così diverso dal macchiaiolismo toscano e così lontano dall'impressionismo francese. Nell'81, col quadro Verde ottiene un primo successo alla Promotrice Salvator Rosa. Fino al 1910-20 continuò a partecipare alle mostre italiane ed estere. La pittura del Pratella costituisce un aspetto abbastanza singolare nel paesismo partenopeo, nel periodo di transizione fine '800 e primo '900. Taluni hanno cercato il  vero  Pratella nella produzione giovanile, fresco, vigoroso, e assai vicino alla pittura iniziale del Mancini o alla Scuola di Posillipo. Altri vedono nella sua produzione ulteriore, un gusto aggiornato, paragonando certe sue vedute di oliveti al Sisley. Alcune sue tavolette sono passate per opere giovanili del Mancini.

(“Pittori e Valori dell’Ottocento”. Ugo Galetti, Istituto Editoriale Brera di Milano, 1961)


 

pratella-pescatori-napoli

 

Attilio PRATELLA

Lugo di Romagna (Ravenna), 1856 – Napoli, 1949

Nato nel 1856 da una famiglia di commercianti di granaglie di Lugo di Romagna, impara i primi elementi del disegno presso il collegio Trisi nella stessa città. Una borsa di studio gli consente, a ventun’anni, di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove studia con Antonio Puccinelli: tra i compagni Mario De Maria, Alessandro Scorzoni, Augusto Sezanne, Tullio Golfarelli e Rocco Lentini. 
Prima del suo trasferimento a Bologna, in un impeto di ribellione giovanile, cambia il suo cognome da Pratelli in Pratella. Nei due anni trascorsi a Bologna fa amicizia con lo stesso Lentini e con il poeta Giovanni Pascoli, per cui illustrerà parte del libro Myricae. 
Nel 1880 si reca a Napoli, agevolato da una nuova borsa di studio e attirato dalla fama dei maestri della scuola napoletana. All’Istituto di Belle Arti per qualche mese segue i corsi diretti da Domenico Morelli e Filippo Palizzi, che poi è costretto ad abbandonare per cercare lavoro. Decora porcellane nello stile Capodimonte per l’antiquario Varelli, coperchi di scatole con paesaggi napoletani per una famosa pasticceria di Napoli e ceramiche per la fabbrica Cacciapuoti. 
Nonostante le difficoltà economiche sceglie comunque di stabilirsi in Campania e di fare di Napoli, ricca di fermenti culturali e artistici, la sua città d’adozione. Proprio nel 1881 comincia la sua attività espositiva: dal 1881 al 1934 presenta le sue opere con regolarità a molte delle esposizioni artistiche sia in Italia, sia all’estero. 
Le opere di questo periodo, caratterizzate dall’uso del piccolo formato, risentono degli influssi di De Nittis, Rossano e De Gregorio, che animarono la scuola di Resina, da cui deriva una fine ricerca tonale e un rigoroso impianto compositivo. Nel 1886-1887 condivide una stanza in affitto, in via Foria, con il pittore Giuseppe Casciaro con cui dipinge spesso sia sulle colline del Vomero che durante escursioni a Capri e Ischia. 
In questo periodo stringe amicizia con lo scrittore e giornalista Gaetano Miranda e cura le illustrazioni del suo libro Napoli che muore, pubblicato da Pietrocola nel 1889. Accompagna l’amico nei vicoli e nei sobborghi malfamati della città: sono di questo periodo le opere che ritraggono la Napoli ormai deturpata dalle speculazioni edilizie, anche se ricca di colore e sfumature: “ Là, in quei budelli, si azzardava ad aprire la cassetta dei colori e con pochi tratti e poche pennellate sintetiche dipingeva un angolo o la facciata di un palazzetto (…)” (Schettini 1954, p. 38). 
Nel 1887 sposa Annunziata Belmonte da cui avrà cinque figli, tre dei quali - Fausto, Paolo e Ada - seguiranno le orme paterne. La moglie diventa anche il suo mercante, perché propone le opere del marito a commercianti e privati in un momento in cui, dopo aver interrotto la collaborazione con la fabbrica Cacciapuoti, la famiglia si trova nuovamente in difficoltà. Nel 1888 nasce Fausto e la famiglia si trasferisce al Vomero. 
Negli anni a cavallo fra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900 Pratella dipinge opere che diventano dei veri e propri documenti di vita napoletana: scorci di via Tasso e via Foria, i giardini della Villa Comunale e il molo di Santa Lucia, le lavandaie e i pescatori di Mergellina. In seguito alla nascita degli altri quattro figli, Ugo (1890), Paolo (1892), Eva (1897) e Ada (1901), l’artista si concentra sul lavoro e sulla famiglia, proprio mentre i suoi colleghi sono attirati dalla scena internazionale. Nel 1902 è nominato professore onorario dell’Accademia di Napoli e negli anni ’20 i Pratella si trasferiscono in Piazzetta Aniello Falcone, sempre al Vomero.
Negli ultimi quarant’anni di attività Attilio Pratella continua con la produzione di paesaggi, marine e scene popolari napoletane di provato successo commerciale. Contemporaneamente, però, dirige le sue ricerche paesaggistiche verso un’espressione più sintetica, in cui il rigore tonale, attraverso il sapiente uso di verdi, grigi perlacei e azzurri, si traduce in effetti argentei di grande luminosità, in linea con le istanze del Novecento. Nell’esplorazione di questi nuovi motivi l’artista si avvale, spesso, di finissimi disegni eseguiti dal vero, in cui riaffiorano riminiscenze dei taccuini di De Nittis e dei carboncini di Fontanesi. 
Attilio Pratella muore a Napoli nel 1949.

(www.archiviopratella.it)



Attilio Pratella (1856-1949) era anch'egli un tardo im-pressionista, alla Sisley. Proveniva da una famiglia di lavoratori romagnoli e cominciò a dipingere giovanis-simo. In un foglietto autografo, trovato dai figli tra le sue carte, Pratella cosi racconta i suoi primi passi: «Eccovi delle piacevolezze - A 16 anni illustrai un libro di chirurgia e il noto chirurgo di Bologna mi guidò (in) questa faccenda. Un giorno entrai in una bottega di barbiere e vedendo alle pareti quadri con incisioni di fiori che erano brutte allora il barbiere mi affidò la commissione di eseguire in pittura, quadri ciò che feci mi procurò elogi dai clienti del barbiere e una reclame al pittore...». Il curioso documento è tracciato a lapis su un foglietto di carta da acquerello tra prove di colori e macchie varie. Il fatto è che, verso i 16 anni, gli amministratori del comune di Lugo, socialisti e repubblicani, assegnarono una borsa di studio al giova-notto che manifestava chiaramente le sue doti artistiche. Cosi Attilio Pratella si trasferì a Bologna e, in quella Accademia, di Belle Arti, studiò sotto la guida di Pucci-nelli. A Bologna strinse amicizia con Giovanni Pascoli per il quale esegui una serie di disegni illustranti i volumi di versi che allora veniva pubblicando Zanichelli. Verso i vent'anni Pratella volle conoscere Napoli e concludere gli studi in quell'Accademia che era allora una delle più illustri d Italia per la fama di Palizzi e di Morelli. Pratella cosi approdò a Napoli nel 1876 e si iscrisse alla scuola di pittura, ma dopo un anno, malauguratamente, decadde l’amministrazione di Lugo e al posto dei sociali-sti subentrarono i clericali, che, fra le prime cose, de-cisero di togliere al giovane Pratella la borsa di studio. Che fare? Attilio Pratella preferì affrontare la vita e restò a Napoli, sorretto dalla benevolenza di Palizzi che era rimasto ammirato dagli studi del giovanotto. Fu am-messo alla «1ª Mostra Promotrice» e, per tirare avanti, accettò il lavoro di decorare le scatole di dolciumi per Van Bol. Fu allora che Pratella strinse amicizia con Migliaro e Ragione e si legò artisticamente con Rossano e De Nittis, cioè scelse, tra i due campi opposti, quello giusto, anche se la scelta doveva costargli la fame. E la fame venne. De Nittis se ne era andato a Parigi dove visse nel clima degli impressionisti come nel suo clima naturale. A Parigi e in Toscana se ne andò anche Rossano, seguito più tardi dal povero Ragione. Gemito e Mancini, anch’essi sbandati e indifesi, si spensero. A Napoli restarono solo Migliaro e Pratella che intanto se ne era andato ad abitare al Vomero, allora brullo e agreste. Per campare in quel tempo escogita molti mezzi: fa della ceramica in una fabbrica che si trovava al Ponte della Maddalena e dipinge «macchiette» per Mastu Ciccio che era una specie di «père Tanguy» napoletano con negozio in via Costan-tinopoli. Mastu Ciccio aveva assegnato a Pratella un compito particolare: «Tu mme ’a fa e Ciardi», gli aveva detto, in considerazione del fatto che Pratella, vissuto per vent'anni tra Bologna e Venezia, conosceva la pittura di Ciardi, appunto, come conosceva quella di Favretto e di Fragiacomo. Tuttavia Mastu Ciccio, che capiva di pittura più dei cosiddetti amatori napoletani messi insieme, qualche volta acquistava le opere dei giovani artisti. Con Morelli e l'ambiente ufficiale non c'era nulla da fare. Se qualcuno dei giovani, Pratella o Migliaro, mostrava al Morelli un suo dipinto, si sentiva fare affermazioni avvilenti di questo genere: «Il piano non è finito». I giovani pittori esponevano da Tibaldi, un cartolaio in via Chiaia che era l’unico a proteggerli. Da Ragozzino, in Galleria, esponevano solo i pittori ufficiali e i vedutisti commerciali. Pratella era solito ripetere le parole che gli disse una volta Dalbono incontrandolo mentre si affret-tava ad andare allo studio: «vaco'a casa — spiegò — a ffa 'na purcaria per magnà». Ma coloro che respingevano Ragozzino e la soluzione commerciale non avevano altra scelta che le mostre da Tibaldi, dove non si vendeva mai un quadro, o la fuga da Napoli. Pratella e Migliaro non ebbero l'animo di lasciare la loro città e furono condan-nati per questo ad una vita di stenti. I clienti e gli amatori d'arte erano (e sono ancora, ahimé!, in gran numero) ignoranti e dittatoriali. Il committente napoletano «non voleva avere pensieri» e guardava con sospetto chiunque azzardasse idee che non fossero quelle sacrosante, da lui accettate ed assodate come eterne. Egli aveva un concetto preciso del «bello» e non tollerava che fosse messo in discussione. «Bello» era il mare al tramonto col pino in primo piano, «bella» era la retorica villereccia ed arcadica; «belli» erano il vicolo napoletano coi panni stesi al sole, lo scugnizzo con la sigaretta in bocca, il guappo e la «maesta».

Bello e degno d'essere eternato in pittura era insomma tutto ciò che presentava la vita sociale come la più felice e giusta possibile, tale, comunque, da non disturbare le elaboratissime digestioni dei ricchi commercianti e indu-striali napoletani. Il committente meridionale, d’altra parte, non disdegnava gli atteggiamenti paternalistici e protettivi; giocava volentieri il ruolo del mecenate gene-roso e caritatevole e lasciava scivolare dalla tasca ogni tanto dei soldini per «quei pazzerelloni» di artisti mo-derni. Neppure un uomo come Croce, neppure un grande intellettuale della statura del filosofo idealista, sfuggiva a questa legge della foresta. Croce infatti amava ripetere a chi gli chiedeva della sua raccolta d'arte che essa denotava più il suo «buon cuore» che i suoi gusti estetici. Un ritratto esemplare di amatore e collezionista napole-tano lo traccia Ezechiele Guardascione nel suo libro «Napoli pittorica». Il personaggio descritto è tal Gual-tieri, deputato al Parlamento e «amico» degli artisti: «Questo grasso e grosso uomo d'affari, Gualtieri, aveva quasi finito per abbandonare ogni occupazione: la mat-tina, messosi in pigiama di seta, si abbandonava felice-mente alla contemplazione dei suoi quadri. Vorrei dire che nuotava beato nei mari dell'arte napoletana. Il vecchio palazzo in piazza del Gesù, dove egli abitava ed aveva la sua pinacoteca, era stato prima proprietà della famiglia Degas»: i napoletani, infatti, per un certo tempo, lo chiamarono il palazzo del gas. «Da un superbo portone seicentesco si entra in un cortile, e poi in un secondo che in origine dovette essere un giardino: alberi di alloro e di quercia sono rimasti tra le basse costruzioni: fabbriche di cartonaggio, di scarpe, e rimesse di automo-bili». I parenti di Degas abitarono qui fino a molti anni addietro ed è noto che vendettero via via i quadri del Maestro che loro restavano. «Gualtieri amava vivere in mezzo agli artisti. Dava pranzi sontuosi. Quasi seduto in trono come un pascià, egli gettava manate di granoturco alle irrequiete galli-nelle della pittura napoletana che si pizzicavano fra loro: pettegolezzi, contrasti ed ogni altro effetto che può derivare dalla mente malata di artisti in bolletta. Ma Gualtieri, mentre gustava le sue murene fritte e le sue spigole in bianco, e tracannava vino biondo di Fa-lerno, rideva di tutto, perché l'arte gli aveva fasciato l'anima di una fiorita beatitudine giovanile. L'arte, quale caldo beveraggio, pareva che gli ristorasse lo stomaco». Tale era l'ambiente della giovinezza e della maturità di Pratella e degli artisti della sua generazione; ambiente, che, ahimé!, è cambiato poco, anche ai giorni nostri. Pratella, che era un vero artista, resisté il più a lungo possibile alla tentazione di ridursi al ruolo di «gallinella», per dirla alla maniera dell'argutissimo Guardascione.

Quando iniziò la serie dei paesaggi grigi e degli ulivi argentei di Capri, gli dissero che «aveva fatto il bucato» ai suoi dipinti. Tutte le volte che si abbandonava libera-mente al suo talento e rivelava la sua natura di autentico impressionista, gli «amatori» rabbrividivano.

A molti sembrerà inopportuna la difesa di un artista come Pratella, che è considerato un esponente tipico dell'arte commerciale. Il nostro è un riferimento preciso alla produzione iniziale dell'artista, che non ha nulla a che vedere con i quadrucci che egli era costretto a dipingere per non morire di fame.

(Paolo Ricci – “Arte e artisti a Napoli”, 1981)

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